PO
31 – Il fiume di Tivoli (20.1.2011)
Un vecchio tiburtino, noto come
l’ultimo “selciarolo”, conosceva a
menadito fiumi sotterranei, meandri e cunicoli del sottosuolo di Tivoli (vedi immagine a destra) e almanaccava
tesori nascosti “in carrozze d’oro” e
passaggi segreti “fino all’Appia antica”!
Questo aneddoto può introdurre alla “magia”
o al fascino che Tivoli, lo confesso, ha esercitato su di me da quando iniziai
ad occuparmi di idraulica, ma aggiungo subito che le ricerche sui suoi numerosi
opifici idraulici (un cenno in CA 24),
e in particolare sulla “ramera”
di Mario Tani (sopravvissuta fino a metà del secolo scorso), le ho fatte con
spirito scientifico: testimonianze e notizie tecniche “di prima mano” e sopralluoghi scrupolosi nella via degli “stabilimenti”, alla centrale
idroelettrica Acquoria, a villa Mecenate (nonché, ovviamente, alla più note ville
d’Este, Adriana e Gregoriana).
La letteratura sugli opifici
idraulici però è scarsissima e soprattutto inadeguata, perché quasi sempre si
tratta di opere tendenti al recupero semplicemente “architettonico” degli infiniti tesori di “archeologia industriale” disseminati per l’Italia, soprattutto
lungo i bacini fluviali che fornivano la forza motrice. Tuttavia per Tivoli mi
è stato molto utile il libro di Gino Mezzetti sulla storia, e soprattutto sulla geografia,
del suo fiume, l’Aniene (vedi copertina).
Quest’opera è ricca di dati,
ritagli di giornali, fotografie rare, ma il tutto è affastellato, disorganico,
prolisso. Anche se il taglio non è scientifico credo però che sia l’unico testo
che descrive con dettagli tecnici la transizione dagli opifici idraulici
disseminati lungo l’Aniene (Filettino,
Trevi nel Lazio, Subiaco, Vicovaro, Anticoli Corrado, S. Cosimato,
Tivoli, Ponte Lucano, ecc.) alle altrettanto numerose dighe e centrali
idroelettriche moderne (Mandela, Arci, Acquoria, Vesta, Vescovali, Castel Madama, Fiumerotto, ecc.). Un altro difetto, capitale, è che
questo libro, esauritissimo, di fatto è reperibile solo nelle biblioteche
comunali di Tivoli, Vicovaro e Subiaco.
Di Tibur,
la “trimillenaria città delle fabbriche”, sono elencati i
mulini (da grano, da olio, nuovi, a refote, a ritrecine, ecc.), le cartiere, le cave, i
polverifici, le ferriere, a volte con disegni dei condotti e cunicoli
sotterranei che li alimentavano (Este,
Forma, Brizio, Spada, Casacotta, Stipa e relative sottodiramazioni). Non mancano i ricordi, e i
rimpianti, per le celeberrime e pittoresche “cascatelle”, oggi del tutto scomparse, fagocitate dalle esigenze
della moderna tecnologia.
Chiudo con un’altra “foto misteriosa” o meglio un “quiz didattico” funzionale a quanto
diremo nel prosieguo: